Nicola Cinquetti

in concorso con Ultimo venne il verme (Bompiani Editore)

Nicola Cinquetti vive a Pescantina, un paese vicino a Verona, e insegna storia e filosofia in un liceo. Poeta e scrittore per ragazzi, ha all’attivo romanzi, storie e albi illustrati.

Intervista all’autore

Ti ricordi qual è stato il primo libro che hai letto?
A casa mia, quando ero bambino, c’erano molti libri. Non so dire quale sia stato il primo che ho letto, ma ricordo che amavo, in particolare, un libro illustrato: si intitolava Eroi in pantofole e raccontava in modo fantasioso e umoristico le vicende dei grandi personaggi della storia. Mi piaceva soprattutto la storia di Spartaco, che vendeva bibite alla menta sulle gradinate del Colosseo durante gli spettacoli, e che un giorno, senza volerlo, scatenò una rivolta contro l’imperatore perché, mentre quest’ultimo teneva un discorso, si mise a gridare: “Mente! Mente!”

Perché e quando hai deciso di scrivere un libro per ragazzi?
Ho scritto il mio primo libro per ragazzi venti anni fa, quando insegnavo italiano in una scuola media. A quel tempo, se affidavo ai miei alunni un compito scritto, come una descrizione, un racconto o una favola, provavo a svolgerlo anch’io, per offrire loro un esempio di scrittura. Quando poi leggevo agli alunni questi miei componimenti, coglievo nei loro sguardi un interesse sincero, segno che forse nella mia scrittura era presente qualcosa di buono, che meritava di essere coltivato.

Ci sono degli autori o un autore in particolare che hanno influenzato il tuo lavoro di scrittore?
Gli autori sono molti, per lo più italiani. Potrei citare Gianni Rodari per la fantasia e la semplicità di parola, Italo Calvino per la limpidezza della scrittura, Dino Buzzati per la capacità visionaria, Achille Campanile per l’ironia. E ancora, scrittori capaci di raccontare il mondo misterioso dei sentimenti umani, come Mario Tobino e Giuseppe Berto. E infine Donatella Ziliotto, maestra di misura e di stile.

Raccontaci in breve una giornata tipo di quando scrivi.
Non esiste una giornata tipo, perché non mi dedico alla scrittura secondo ritmi regolari. Posso dire che prima di mettermi alla tastiera per procedere alla stesura del testo, costruisco a lungo nella mia mente le immagini e le sequenze delle storie che voglio raccontare. Mi è capitato una volta di inventare un intero racconto durante una seduta dal dentista. Un racconto un po’ doloroso. Poi vado alla scrivania, appunto, e comincio a battere i tasti.

Cosa ti piacerebbe che pensassero i lettori una volta terminato il tuo libro?
Il mio libro, Ultimo venne il verme, è un libro di favole. Mi piacerebbe che i lettori, essendo dei ragazzi o degli adolescenti, dopo averlo letto pensassero: “Credevo che le favole fossero storie per bambini; invece ho trovato in questo libro molte cose che mi appartengono, che mi hanno sorpreso e che mi hanno toccato in profondità.”

Che cosa consiglieresti a un tuo lettore che volesse scrivere un libro?
Potrei paragonare il mestiere dello scrittore a quello del sarto: per imparare a confezionare un abito, il sarto deve prima di tutto apprendere le basi del suo lavoro, che sono il taglio e il cucito. Vale anche per noi: per imparare a scrivere un libro, dobbiamo prima di tutto imparare a cucire le parole in maniera corretta, e questa tecnica si chiama grammatica.