Giorgio Ghiotti
Atti di un mancato addio
Hacca

Presentato da
Sandra Petrignani

«Giorgio Ghiotti è giovane (27 anni) e ha scritto un romanzo sulla giovinezza come fosse un’epoca lontanissima. Così costringe il lettore alla domanda: quando finisce una volta per tutte la gioventù? In Atti di un mancato addio(Hacca) la risposta sta forse in questa frase del protagonista: “Sento di non aver mancato l’appuntamento con la mia vita di prima”. Possiamo dunque dichiarare conclusa la prima parte della nostra vita, quando arriviamo a una conciliazione fra un prima giovane e un dopo adulto?
Libro di grandi domande, come appunto nell’adolescenza, e di sensazioni epidermiche, questi Atti riescono nella magia di rendere vera una storia inventata non limitandosi a raccontarla, ma trasformandola in un’esperienza personale, viva, comune anche a chi legge. C’è un gruppo di ragazzi e ragazze. A un certo punto uno di loro, Giulio, sparisce senza lasciare indicazioni. Comincia la ricerca che non porterà a niente se non ad alcune apparizioni fantasmatiche e a fare i conti con sé stessi. Ghiotti, dal notevole poeta che è, procede per intuizioni, memorie, illuminazioni. Usa la seconda persona, tu, dice io, dice noi. Gioca col passato e il presente, mette lo zaino sulle spalle dei suoi personaggi e li lancia in un viaggio che si rivela una corsa sul posto, un girare intorno alla ricerca di un senso della vita che non c’è, se non nel fatto incontestabile di essere esistiti davvero, e di riuscire a esistere sul serio ogni giorno.
Una volta Valerio Magrelli, presentando in libreria una raccolta di racconti di questo scrittore, parlò della sua appartenenza a “un’unica sorprendente famiglia stilistica” alludendo all’eco nella sua voce di narratori italiani di difficile classificazione, e soprattutto narratrici, irregolari eppure classici, da Ortese a Ginzburg, da Lalla Romano a Fleur Jaeggy. Sicuramente, e per fortuna, Ghiotti non somiglia a certi autori più recenti che scambiano la giovinezza, e il tentativo di rappresentarla letterariamente, per un’età cruda dal linguaggio barbaro e sgrammaticato, dall’afasico e violento modo di conquistarsi il proprio posto nel mondo per rimanerne in genere schiacciati e sconfitti. Giorgio racconta senza estremismi, nella consapevolezza che la realtà è molto più sfaccettata e complessa.»