recensioni

Dottor Marx

Carlo Maria Steiner
Dottor Marx
Felix Krull Editore

Proposto da
Franco Cardini

«Dottor Marx non tratta del celebre, grande Karl; e nemmeno dell’ancor più celebre e non meno grande Groucho. Il nostro dottor Gottfried Marx è un uomo inizialmente segnato da una tragedia: la sua incapacità d’impedire, da giovane, il suicidio della persona che gli era la più cara al mondo. La sua è, allo stato puro e a modo suo più alto, la “tragedia di ognuno”: il grande rimorso (che per la stragrande maggioranza di noi è legato a piccoli, miserabili drammi) che teniamo dentro, che non osiamo confessare spesso neppure a noi stessi. I migliori tra noi impostano la loro vita per porre rimedio a quell’antico vulnus, o per riscattarlo; i mediocri, per cancellarlo, negarlo, dimenticarlo; i peggiori se ne assolvono, magari con imbarazzo. Il dottor Marx sceglie di affrontare il rimorso dedicandosi tutto, con la massima serietà professionale, a chi necessita di quell’appoggio psichico ch’egli non è stato a suo tempo in grado di procurare alla persona prediletta. Ed è la sua scelta severa, responsabile, a provocare involontariamente una nuova tragedia, a procurargli un nuovo rimorso ancor più arduo da portare. Se alla prima sua colpa (in senso tanto cristiano quanto giuridico, almeno secondo il diritto romano: in un certo senso, contrapposta al “peccato”, ch’è volontario: ma qui Euripide ci sarebbe forse di miglior aiuto che non la Bibbia) il dottor Marx ha reagito con severa dedizione alla scienza, recuperando in fondo una sua fredda obiettività, alla seconda egli si scopre impotente. Essa gli ha palesato l’inutilità e la fallacità della sua scienza stessa: lo ha gettato nelle condizioni del suo antico collega, il dottor Faust, all’inizio della tragedia goethiana. Il sapere non serve a nulla, è inutile, è sempre insufficiente, non fornisce alcun riparo di fronte alla tragicità dell’esistere. In qualche modo, il secondo duro capitolo dell’esistenza del dottor Marx ha cancellato il suo titolo accademico, gli ha “tolto la laurea” in quanto è stato, nel suo bruto accadere, la prova della sua incompetenza, del suo fallimento. Se dopo la morte della persona a lui più cara la consapevolezza della sua insipienza lo aveva fatto rifugiare nella scienza, la morte di sua madre – conseguenza magari indiretta, forse fatale, della sua inadeguatezza come psicoterapeuta lo costringe a confrontarsi con la sua impotenza, con il suo fallimento, con la sua solitudine dinanzi al mondo. L’irreversibilità della sua condizione lo disorienta in modo irreparabile. La presenza magica – se proprio non vogliamo definirla, faustianamente, demoniaca –, nello scenario per definizione convenzionalmente romantico della Foresta Nera, di un gatto parlante e scrivente che lo accompagna sino alla fine (e non voglio spiegare il senso di questa parola terribile) sarà la chiave di tutto. E’ una dolce horror story, un racconto ispirato a una tradizione di “realismo magico” che crea un effetto di spaesamento nel senso molto ben spiegato da Carlo Ginzburg in Occhiacci di legno: tutti siamo spaesati dinanzi alla nostra vita, al “nostro” paese. Leggere questo libro – a parte gli ovvi echi faustiani e quandi bulgakoviani che ciò comporta, o per lo meno che ha in me suscitato; e a parte quello ch’è a mio avviso il pregio di una prosa lucida, “obiettiva”, paradossalmente disincantante – è stato un’inattesa avventura.»