recensioni

Il canale dei cuori

Giuseppe Sgarbi
Il canale dei cuori
Editore Skira

Proposto da
Furio Colombo

«Giuseppe Sgarbi, farmacista, anni 92, è solo apparentemente un autore che ha scritto tardi, è morto presto e ha fatto con garbo il dilettante. È morto presto perché aveva cominciato solo adesso a scrivere (tre libri sorprendenti per immaginazione, visione, scrittura). E lascia indietro, con quella sua aria di andarsene via cantando sottovoce, da solo, un libro (Il canale dei cuori, Skira) che non è affatto l’ultimo. Lo dico per una ragione strana e insolita che spiego subito: Il canale dei cuori è un libro che si rigenera. Passa e ritorna. L’autore attraversa lo spazio trasparente di una sua immaginazione lieve e concreta, che a momenti sembra ologramma, ma non è ricordo malinconico, è una sorta di gioia tranquilla (attenzione: non rivissuta) qualcosa che accade adesso, mentre l’autore la pensa, la vede, la tocca (l’impressione è fortissima) e la racconta. Qui il tempo passa attraverso il tempo, e raggiunge l’autore che lo condivide con noi, creando l’impressione di andare e venire tra luoghi e persone, interni ed esterni di vita di cui hai la strana e indebita impressione di essere partecipe e testimone. Crea un sorprendente “io c’ero” in una avventura che dovrebbe essere lontana, estranea e altrove. Poiché non è successo niente nel mondo non archiviabile di Giuseppe Sgarbi (niente nel senso del molto e del poco, della paura del vuoto e della minaccia del troppo con cui si costruiscono le biografie e i racconti), devi per forza domandarti come è possibile che la delicata insistenza di un uomo solitario sia così forte quando ti invita (e tu hai già accettato senza pensarci) di far parte della sua gita. Non puoi e non vuoi tirarti indietro. Dove si va? Si va dentro una percezione della natura che è allo stesso tempo una esperienza quasi tattile di tutto ciò che l’autore sta narrando, e una scampagnata lieve, cauta, di presenze e di affetti, attutita (come felpata) dalla scoperta di un luogo di osservazione dal quale vedi e partecipi senza gravarti del peso sociale del protagonismo mondano. Il legame che si crea è l’agile leggerezza, è un tipo di serenità profonda con cui l’autore si muove molto al di la dei confini del mondo ovvio. La parola che ho appena usata (confini) non divide né il luogo né il tempo. Qui tutto si affida (e ci affida) a uno stato d’animo che non si incrina, alla apparizione improvvisa di una forma di bellezza grande, semplice, quotidiana, di persone amate per buone ragioni, di poesie che sono canzoni. E tu sai che, con la lieve e costante ossessione che genera lo spunto di una canzone quel canterellare sereno, così carico di pensieri, così stranamente spensierato, resta e ritorna.»