Giuseppe Manfridi
Il profeta e la diva
Gremese Editore

Presentato da
Silvana Cirillo

«Il romanzo di Manfridi, primo romanzo dedicato a Pier Paolo Pasolini, si svolge in una notte, una sola magica notte nella città di Goreme, durante le riprese del film Medea. Siamo nel 1969. Attori principali i protagonisti di quel momento: regista, attori, troupe.
Manfridi rimodella personaggi già consegnati alla storia, da Pasolini alla Callas a Giuseppe Gentile (campione di salto triplo, medaglia di bronzo alle Olimpiadi del 1968, nei panni di Giasone), guardandoli da dentro; immaginando momenti, pensieri, gesti; regalandogli desideri, proiezioni, sogni, visioni. Incontri. Si cala in ognuno di loro ed è la sua sensibilità, il suo mondo onirico/ visionario che si proietta nelle diverse situazioni e suppone gli stati d’animo di ciascuno.  Una catena di aspettative e attese, ricordi e dialoghi, di “prodigi” calati nella atmosfera infuocata (scoppierà anche un incendio, tra l’altro …) di una notte nella città turca, carica di splendide cuspidi rocciose e scuri vicoli, che ospita la Diva e nei pressi della quale alloggia la gaudente troupe del film. Un incontro immaginato tra il regista e la cantante, il pegno di un anello; un amore in cui trovano consolazione il dolore di una donna tradita e offesa ( sapere delle nozze Onassis – Kennedy dai giornali fu uno schiaffo imperdonabil) e di un uomo mito e vittima da sempre ( “So cosa vuol dire essere guardati come bestie rare, essere dati in pasto senza discriminazione all’odio…essere adoprati brutalmente a fare notizia”), che presto il suo compagno di vita, il suo riccetto, lascerà per metter su famiglia.
Un amore solo spirituale, anche se potente, mai sfociato in un amplesso, ma che ridà energia ai due in una fase sofferta della loro vita. Attorno figure più o meno importanti, concrete, come il campione Giuseppe Gentile, l’amico discobolo Gianni Brandizzi o la minacciosa controfigura della Callas, respinta dalla Diva per non condividere con altre il proprio inimitabile passo da regina; sullo sfondo Ninetto Davoli; appena evocate figure come Abelardo e Eloisa, Jan Palach, Caravaggio, Longhi. E come in un flash anche il figlio, morto appena nato, della soprano, Omero. Siamo dunque in un mondo onirico, che trasfigura anche i dati reali e dove tutto è davvero possibile.
Ma l’effetto che la lettura produce non sarebbe lo stesso se non avessimo, vera protagonista tra i tanti attori, la PAROLA. Una parola anch’essa spettacolare, seducente nella sua unicità, turgida e flessuosa insieme, corposa ed evocativa, che moltiplica il senso di quel che significa. Sorta di prosa poetica dall’ordito fitto, denso, mai banale, sovente carnale, con forti echi espressionisti. Non c’è mai ovvietà nella scelta dei termini e delle immagini, sia che si tratti di sensazioni, che di dialoghi, o solo di percezioni, come quelle dettate dalle antenne che Pasolini diceva legarlo allo spirito di Maria.
Una prosa che non consente distrazioni e che fa piacere leggere, quasi ascoltare nella sua variegata musicalità, soprattutto oggi, dopo tanta sciatteria e pressapochismi linguistici, giustificati troppo spesso da ragioni stilistiche di genere minimalista.»