Francesco Mazza
Il veleno nella coda
Laurana Editore

Presentato da
Giovanni Pacchiano

«Il veleno nella coda è una dolorosa ma insieme ironica e autoironica storia vera. Prende l’avvio dal racconto di Francesco nel giorno della morte del padre. Francesco, milanese, primogenito di sette figli. Il padre è di umili origini, la madre, al contrario, proviene da una famiglia benestante. Il padre, Massimo, professione odontoiatra (ha invece costretto la moglie, anch’essa medico, a stare a casa, a occuparsi dei sette figli, a sgobbare come una serva), si fa strada faticosamente nella professione; finché, primo a Milano a usare il microscopio nell’odontoiatria, ha un colpo di fortuna: uno come lui che si è fatto dal nulla, che non ha un pedigree di antenati, diventa il dentista di Berlusconi. Piove denaro. Ma, affetto come il Presidente da un demone interiore, la mania di grandezza, fa il despota in casa, colleziona tradimenti ai danni della povera moglie, tratta con acredine i figli, compare e scompare, si separa per poi tornare indietro a piangere quando l’ultima donna lo ha lasciato. I figli sono terrorizzati da questo padre-padrone. In perenne conflitto col padre, Francesco sembra destinato a diventare uno senza arte né parte. Da ragazzo è uno dei più affermati e spericolati graffitari di Milano, specializzato nel disegnare i suoi graffiti sulle pareti dei treni fermi nei vari depositi. Hobby, se così si può chiamare, non senza pericoli, perché frequenti sono le incursioni della polizia. Ma anche Francesco ha il suo colpo di fortuna: viene chiamato a partecipare alla trasmissione tv di Santoro, poi, grazie alla mediazione del padre, lavora per Italia Uno per poi entrare stabilmente a far parte dello staff di Striscia la notizia. È un mondo descritto senza nessuna censura e senza nessun moralismo. Un mondo di trasgressioni, di sesso e droga facili, di ricerca a tutti costi della visibilità e del successo. Francesco c’è dentro, è giovane, gli piacciono le donne, che a loro volta lo rincorrono, non si tira indietro, ma insieme osserva con occhio ora impassibile ora turbato ora divertito. Rimarrà a Striscia otto anni, infine, pur avendo imparato molte cose alla scuola di Antonio Ricci e sicuro di proseguire a lungo con un lavoro retribuitissimo, e che, in un mondo dove è diventato tutto sommato un personaggio noto, gli rende facili i rapporti sociali, decide di mollare tutto. Va a New York a studiare cinema e regia. Il padre, malato di cancro e immerso nel suo sogno di onnipotenza, rifiuta la farmacoterapia e si cura con gli integratori e con massacranti sedute in palestra. Il suo suicidio, ormai malato grave, apre un’altra prospettiva a Francesco, quando ritrova nel computer di Massimo l’equivalente di 180 pagine a stampa. Il suo diario, intitolato Il mio primo libro. La sconvolgente storia della sua vita, dei rapporti con la famiglia, col mondo e soprattutto con sé stesso: l’angosciante rovescio della medaglia della vicenda narrata dal figlio. Il quale ultimo (vale la pena di citare queste tre frasi, nella loro amara, compulsiva e cruda verità), dichiara: “Quante ore devono passare, dal suicidio del padre, per poter tornare a masturbarsi in pace, senza essere considerati una brutta persona?”
“Nel mio caso neppure ventiquattro.”
“La masturbazione rimaneva di gran lunga il mio antidepressivo di prima scelta: al contrario degli altri farmaci che mi consigliavano, era priva di effetti collaterali.”
Una singolare coincidenza: l’ultima masturbazione di Francesco Mazza; l’ultima sigaretta di Zeno Cosini. Il malessere e l’ironia che distinguono il romanzo, non solo storia personale ma storia del berlusconismo e di un’epoca di dissolvimento di valori (le televisioni private sono la nuova scuola, e non certo la migliore, di formazione dei giovani, suggerisce Francesco) ricordano un nostro grande classico: perché Il veleno nella coda è La coscienza di Zeno dei nostri giorni.
Il romanzo si legge d’un fiato, sia per il variare di situazioni (per usare un termine desanctisiano) coinvolgenti (fra cui notevoli le non poche in cui compare in scena Berlusconi, a Milano e nelle sue ville) sia per la caratura e la destrezza dello stile: un parlato medio dei giovani d’oggi che scorre con estrema fluidità ed è privo di lenocini, all’insegna di una non artefatta sincerità.»