Alessandro Zaccuri
Poco a me stesso
Marsilio

Presentato da
Helena Janeczek

«Milano, 1841. In un’estate oppressa dall’afa, Giulia Beccaria riceve le amiche, ignara che la sua vita stia volgendo al termine. L’anziana marchesa è rimasta una donna dal carattere amabile e dalla mente appassionata formata nell’ambiente illuminista del padre Cesare. E qui finisce la parte storica di questo “componimento di storia e d’invenzione” imperniato su due personaggi entrambi alloggiati in casa Beccaria. Il barone de Cerclefleury, invitato a dimostrare la forza rigenerativa del magnetismo appreso dal Mesmer in persona, e Evaristo Tirinnanzi, che deve alla nobile benefattrice l’essere stato scelto come contabile tra i rari trovatelli di intelligenza così spiccata da aver potuto accedere agli studi. Fascinoso e sicuro di sé il barone, balbuziente e ombroso il contabile, formeranno una coppia di apparenti opposti. Ma, in un continuo gioco di specchi e di sdoppiamenti, li avvicina l’incertezza su chi siano veramente. Domanda quanto mai sofferta dal Tirinnanzi che, ignorante di chi lo abbia messo al mondo, si trova per giunta abitato da una voce che gli detta delle frasi incomprensibili. Chi è quell’altro di cui non sa liberarsi? E perché non è riuscito a liberarsi neanche dell’unico vizio, il gioco, che ora lo espone alle ritorsioni del peggior biscazziere del famigerato quartiere del Bottonuto?
Dedita a imitare un potere che porta alla rovina o alla salvezza, la letteratura è gioco, invenzione, illusionismo. Presente anche dove pare minima, l’invenzione e il suo rapporto con la verità è uno dei miei chiodi fissi come scrittrice. In questo romanzo, non solo per me insolito, ho quindi molto ammirato la coerenza ideativa e la felicità del flusso narrativo. Possiamo leggere Poco a me stesso godendoci l’aspetto giocoso che riverbera nel gusto di rifare il verso al romanzesco di una volta e nel piacere di ricreare una Milano di cui sono rimaste poche tracce. Alessandro Zaccuri dev’essersi divertito a scrivere questo libro e ce lo trasmette sin dalla prima pagina. Ma nell’infanzia, quando il gioco è una cosa seria, cambiando una storia si sperimenta un potere non inferiore che nell’inventarla di sana pianta. Come sarebbe stata la nostra letteratura se il figlio di Giulia Beccaria fosse nato nel giorno in cui nacque, ma senza poter diventare il Manzoni? Sarebbe stata piena di romanzi sfavillanti di intrighi e di uno stile a bell’effetto, ma neanche lontanamente all’altezza dei Promessi Sposi. Con un esperimento mesmerista ringiovanente, un atto d’amore un po’ folle come lo è il povero contabile perseguitato da quell’altro, Zaccuri ha voluto dedicare proprio questo genere di romanzo a Alessandro Manzoni.»