recensioni

Da un altro mondo

Evelina Santangelo
Da un altro mondo
Einaudi

Proposto da
Helena Janeczek

«Se fossi dietro una bancarella del mercato – cosa che non mi dispiacerebbe – direi “venite, leggete questo romanzo che in neanche duecentocinquanta pagine intreccia compiutamente quattro storie, anzi di più: contiene uno, due mondi!” L’Italia, l’Europa, il nostro tempo così difficile da raccontare, anche solo perché la frammentarietà delle esistenze sembra rendere quasi impossibile afferrarne una porzione che oltrepassi le mura di casa. Forse proprio per questo il nostro mondo è così ossessionato Da un altro mondo che sbarca sulle nostre coste e si adagia ai suoi margini in una dimensione parallela descritta da Zygmunt Bauman con “vite di scarto”. Ed eccole “le vite di scarto” di questo romanzo. Il ragazzo Khaled, fuggito da una guerra in Medioriente, parte dal cuore d’Europa, Bruxelles, con un trolley rosso per attraversare un’Italia di capannoni abbandonati, fabbriche in nero, sotterranei. Nella direzione opposta si muove il maresciallo Vitale a cui tocca l’ingrato compito di indagare sul caso dei “Bambini Viventi”, così battezzati dall’isteria collettiva e mediatica, le cui prime inquietanti apparizioni sono segnalate in una scuola del sud, a Palermo. Intanto, una madre belga cerca il figlio scomparso un giorno qualsiasi in cui lei svolgeva il proprio oscuro lavoro, puliva degli uffici nella capitale politica d’Europa. Visto che poliziotti e magistrati vagano nell’incertezza, arresi all’idea che possa essere stato risucchiato dalla galassia jihadista o da quella neonazista, entrambe attivissime in rete con parole d’ordine spaventosamente simili, Karolina non si dà per vinta. Comincia a cercarlo ovunque, da sola. Infine c’è Orso, un vecchio burbero solitario, che compie pure lui un “viaggio dell’eroe”, anche se non si muove affatto dalla sua cascina al centro della pianura padana emiliana, perché l’imprevedibile lo coglie inaspettatamente tra le stesse mura di casa. Nel romanzo di Evelina Santangelo convivono dunque personaggi reali e personaggi inafferrabili, ossia veri e propri fantasmi. Una delle maggiori intuizioni del magistrale impianto sta nell’aver ridotto i gradi di separazione tra gli uni e gli altri. Cos’è un giovane NEET finito chissà dove? Cosa diventa Karolina che perde l’unica amica e il lavoro per cercarlo? O Khaled che rimpiange un violento capocantiere chiamato “Padre Buono”? Cos’è il brutale Orso “di nome e di fatto” che diventa una minaccia per la sua stessa comunità? Questo è un romanzo che restituisce significato alle parole “compassione” e persino “carità”, ma “buonista” non lo è per nulla. Per merito, innanzitutto, di una lingua tanto duttile quanto precisa, screziata di toni colloquiali, a tratti violenta, come è il mondo che esplora, mai tentata di schiacciare il pedale confortante del sentimentalismo. È un libro coraggioso, perché oggi occorre coraggio a voler conferire dignità agli “umili e offesi”, vuoi che siano giunti da un altro mondo vuoi che appartengano al nostro. Consapevole del rischio, Evelina Santangelo cerca il sostegno dei maestri del racconto del reale e del fantastico – da Sciascia a Stephen King a Morante e altri ancora. Solo la letteratura, d’altronde, è in grado di rendere paure, desideri e tutto ciò che – pur invisibile – guida le nostre vite altrettanto reali del teatro in cui le vite stesse si svolgono. L’ultimo motivo per essere grati a questo libro è ritenerlo un’opera letteraria capace di reinventare le proprie possibilità e il proprio compito.»