recensioni

Tenerumi

Fabrizia Lanza
Tenerumi
Manni Editori

Proposto da
Cesare Milanese

«Con Tenerumi di Fabrizia Lanza, il genere letterario dell’autobiografia ha un suo testo esemplare: come narrazione di sé e delle cose, come riflessione ragionata su di esse e come documento della realtà effettiva. È un libro, questo, tutto da materia da saga: quella personale dell’autrice, dovuta allo status della sua famiglia nella storia profonda della Sicilia (in realtà più famiglie: Lanza, Mazzarino, Tasca, Lampedusa – sì proprio quella dell’autore del Gattopardo…); e la saga del continente Sicilia nel suo insieme senza distinzione di classe o di censo intorno alla più primordiale delle simbiosi, quella della condivisione della cultura del cibo come alimento d’identità di tale insieme, sedimentata nel corso della storia. Limpido nella scrittura, semplice nella composizione, lineare nella trattazione, questo Tenerumi ha in sé tre cose che lo qualificano: il bello della scrittura, l’autentico della realtà, il buono del cibo; con tre fini conseguenti: il piacere del cibo, il piacere del vivere e il piacere del testo. L’autrice stessa qualifica tutto ciò come dimensione dell’eros. Non ci sono ricette di cucina in questo libro, ma solo descrizione dei cibi per i loro sapori, per i loro aspetti e per i loro effetti, esteriori ed interiori: godurie del corpo e beatitudini dello spirito. Va precisato che l’effetto di potenza, da espressione letteraria, è ottenuto soprattutto dalla pura e semplice elencazione dei nomi dei piatti, delle vivande e delle portate, che irradiano una suggestione immediata da trascinamento nella meraviglia e nello stato da stupore, che sa più di magia che di gastronomia. Difatti, Jung alla mano, è evidente che il lavorio di cucina equivale a un cerimoniale alchemico da processo d’individuazione del sé, dove la pentola funziona da atanòr. Certo, non manca anche il versante freudiano, in quel rapporto da intrico problematico e affettivo da romanzo di formazione e di trasmissione di una Kultur e di un ethos, il culto-cultura della cucina di tradizione, che l’autrice, storica dell’arte, pittrice, dall’imprinting cosmopolitico, apprende dalla madre Anna e costei a sua volta da sua madre e da tutto il genus delle famiglie unite dalla stesso ceppo: problematica da manuale psicoanalitico, che costituisce l’aspetto della saga di famiglia. Aspetto che l’autrice gestisce alternando il mestolo con la penna, strumenti che esperienzialmente, oltre che culturalmente si equivalgono: tanto da auto-convincere se stessa a farsi “maestra di pensiero” come imprenditrice di una Scuola di cucina, dedicata alla cucina di tradizione antica, però con l’intento, di portata epica, si può dire, di preservarla anche in futuro suggerendola e perciò inserendola nelle “ingredienze” della futuribile e superscientifica cucina molecolare. Il futuro potrà avere così un “sapore” antico?»