recensioni

Un marito

Michele Vaccari
Un marito
Rizzoli

Proposto da
Marcello Fois

«Un marito di Michele Vaccari è un romanzo che ha a che fare con la tradizione alta della narrativa italiana del dopoguerra. Scrittura muscolare, qualche volta muscolosa, per iniziare e secchezza neorealista per finire. C’è tutto l’armamentario di quanto da Manzoni in poi abbiamo imparato a definire italico. La passione per i personaggi semplici innanzitutto, quelli come Patrizia e Ferdinando, talmente fuori dal proprio tempo e dalle sue malìe da sembrare dei piccoli marziani descritti da Zavattini. Poi l’idea che esistono persone per cui guardare oltre può significare dare un’occhiata alla bocca incandescente dell’inferno un po’ come accade a Pietro Catte ne Il giorno del giudizio di Salvatore Satta. Quindi la constatazione che il tempo della solitudine è di un’amarezza persino amabile esattamente come certe intermittenze del cuore nei personaggi di Svevo o certi rapidissimi abissi esistenziali dei giovani mariti di Pratolini o, ancora, nel disincanto silenzioso, ma non per questo pacificato, dei soldati asserragliati nella Fortezza Bastiani di Buzzati. Un marito è dunque, fin dal titolo, un piccolo compendio del ruolo maschile in questa commedia/tragedia infinita e infinitamente narrabile che è la coppia. E rappresenta una specie di esito finale nella produzione ampia, e sotto molti aspetti da riscoprire, dell’autore genovese. In assoluto l’esito più intimista che questo interessante scrittore abbia raggiunto dopo romanzi come Italian fiction, L’onnipotente, Il tuo nemico. Tutte prove che intraprendevano un percorso solidamente legato all’impegno civile con qualche virata di giovanile moralismo. Il quale nel caso di Vaccari è un peccato veramente veniale perché vissuto con una sincerità ai confini dell’autolesionismo. Ora questo meccanismo che è spesso letale, se non demotivante, nei grandi fatti e nella espansione dei massimi sistemi politici o sociali, funziona alla perfezione in Un marito che è una storia minima di coppia senza qualità; la vicenda di un Ferdinando (Tramaglino) e di una Patrizia (Mondella) senza che nessun Don Abbondio gli abbia impedito a suo tempo di conoscersi, apprezzarsi, amarsi, sposarsi, aprire un piccola azienda a conduzione famigliare. E tutto questo senza quasi mai uscire da quel microcosmo magmatico e a sé stante che, dentro Genova, è il quartiere di Marassi. Qui davvero parrebbe in tutto valida quella celeberrima indicazione tolstoiana a proposito del fatto che l’unica strada per ottenere un impatto universale e quella di partire dal proprio vissuto, dal proprio cortile, dal proprio quartiere. Perché lo spostamento dentro l’esperienza sentimentale e l’elaborazione di un giovane uomo sembrano aver consolidato tutto quanto nella scrittura di Vaccari pareva in fieri, quasi che attingendo alla propria intimità, e al proprio cortile, l’autore sia riuscito a raggiungere quella sintesi tra la scrittura d’impegno civile e la narrazione di sentimenti che, da tempo, andava cercando. Un marito racconta di Ferdinando e Patrizia che, dopo anni di sacrifici, e dopo anni di turni massacranti al loro forno popolare nel quartiere dove abitano da sempre, decidono di prendersi una vacanza nell’esotica Milano. Ma non lasciatevi ingannare, è possibile che in questi novelli Candidi vi sia ancora un frammento della  struggente ingenuità con cui anche Totò e Peppino, ere geologiche prima, avevano affrontato lo stesso viaggio, ma i tempi sono impietosamente cambiati.»