In un faldone nuovi fogli possono esservi facilmente infilati, altri possono esserne sottratti e sparire, l’ordine si può perdere, modificare, ristabilire. A una simile idea di disposizione sempre provvisoria del materiale verbale – e, in metafora, della storia collettiva e dell’esistenza individuale – è ispirata la costruzione del Faldone, l’opera che si vuole unica di Vincenzo Ostuni, «apertissima» e indecidibile (né raccolta poetica né poema), in continuo e indefinito mutamento. Il Faldone è un libro di monologhi o dialoghi in versi, diviso in cento sezioni tematiche. Chi prende la parola – un io narrante (a volte autobiografico), più interlocutori e interlocutrici, sembra riversare nel corpo mutante del Faldone la sua intera esperienza vitale, le contraddizioni e i rovesci del nostro tempo. Qui si discute di linguaggio e paternità, di politica ed erotismo, di letteratura e di infanzia. Attingendo alla lezione di grandi maestri novecenteschi – Montale, Sanguineti, Pagliarani su tutti – ma anche a fonti, registri, tecniche e lessici prosastici, drammaturgici o extraletterari, in specie filosofici e scientifici, Ostuni presenta al lettore un’opera-mondo unica nella nostra letteratura.