Annelise Heurtier. Interviste agli autori

Ti ricordi qual è stato il primo libro che hai letto?
Quando ripenso alle mie prime letture dell’infanzia, c’è un libro che mi torna subito in mente. Forse non è proprio il primo che ho letto, ma è sicuramente il primo ad aver lasciato un segno. Non solo l’ho letto e riletto, ma l’ho anche ascoltato e riascoltato (avevo la versione audio in cassetta… altri tempi). Si tratta de Gli sporcelli (The Twits) di Roald Dahl. Avevo 7 o 8 anni. Da lì in poi i suoi libri li ho letti tutti, un narratore davvero straordinario. All’epoca pochi autori come lui si prendevano la libertà di osare nei toni, di essere impertinenti. E che gran riuscita ebbe quel libro, e negli anni non ha perso valore! Sono stata felice di rileggerlo ai miei figli, felice di constatare che anche su di loro ha avuto lo stesso effetto.

Perché e quando hai deciso di scrivere un libro per ragazzi?
Per la verità, diventare una scrittrice non è stata una “decisione”, ma mi è capitato un po’ per caso. Anche se ho sempre amato leggere e scrivere, mai avrei pensato di farne un mestiere. Per me gli scrittori erano degli esseri a parte, inaccessibili. Essere una scrittrice non sembrava rientrare tra le opzioni del possibile, della realtà.
In seguito, avevo una ventina d’anni, sono andata a vivere a Tahiti. All’epoca non avevo figli ma una nipotina a cui mandavo ogni tanto dei regali locali: collane di madreperla, conchiglie e altri tesori naturali. Poi, così, senza un vero motivo, mi è venuta in mente l’idea di accompagnare ogni regalino con una storia… Un giorno il mio compagno ne ha letta una e mi ha chiesto se avevo mai pensato di scrivere delle storie per i bambini. Credo di essere scoppiata a ridere. Ma piano piano l’idea si è fatta strada, finché non mi sono detta “Perché no? In fondo non ho niente da perdere se ci provo…”

Ci sono degli autori o un autore in particolare che hanno influenzato il tuo lavoro di scrittore?
No, non credo. Ammiro tanti scrittori, ma non cerco di assomigliare a nessuno. Come ha detto Oscar Wilde “Be yourself, everyone is already taken” (“Sii te stesso, tutti gli altri sono già stati presi”). Una frase che mi piace molto, e che ho messo in epigrafe al mio nuovo romanzo “Fille d’avril”. (NB: nota Gallucci – questo libro è in programmazione e uscirà entro la primavera)

Raccontaci in breve una giornata tipo di quando scrivi.
Mi sono imposta due regole a cui non derogo mai:
1. non scrivo mai quando i bambini sono a casa
2. non scrivo mai in mezzo al disordine
Di fatto, aspetto che i miei bambini siano usciti per andare a scuola. Poi metto a posto la casa, come se avessi bisogno di mettere ordine anche nella mia testa prima di cominciare a lavorare. E mi occupo anche delle urgenze amministrative (o della spesa). Alla fine mi metto al lavoro e una volta lì non mi rendo più conto del tempo in cui rimango immersa nelle mie storie. Le ore passano così veloci quando si scrive… è incredibile.
Smetto appena i bambini tornano a casa. Ma quando sono nel pieno della scrittura di un romanzo, non smetto mai veramente. Lavoro mentre cucino, mentre aiuto i miei figli a fare i compiti, mentre vado a correre… È molto faticoso psicologicamente e, in generale, sono sempre felice quando arrivo alla conclusione. È quasi un sollievo.

Cosa ti piacerebbe che pensassero i lettori una volta terminato il tuo libro?
Non lo so, non mi sono mai realmente posta la questione. Forse dipende dai testi. Più che suscitare in loro delle emozioni, credo di avere voglia di sfidarli, di fare in modo che si aprano a dei nuovi interrogativi…
Mi piacerebbe anche molto farli ridere, me è un registro che domino ancora poco, almeno nella scrittura!

Che cosa consiglieresti a un tuo lettore che volesse scrivere un libro?
Gli direi di perseverare! A volte insistere non è sufficiente, è vero, ma se ha del talento, se il libro merita di essere pubblicato, beh, allora perseverare sarà fondamentale! Ogni libro viene letto e ognuno ha la sua possibilità. Bisogna saperla cogliere!