Florence Thinard. Interviste agli autori

Ti ricordi qual è stato il primo libro che hai letto?
Sì, me lo ricordo benissimo! Era Oui-Oui à la mer, la storia di un bambino/pupazzetto che va in spiaggia con la sua automobilina rossa. Avevo sei o sette anni ed era la prima volta che leggevo un libro tutto intero da sola.

Perché e quando hai deciso di scrivere un libro per ragazzi?
Ecco, ero molto più grande: 38 anni! Dopo una decina di anni di giornalismo, ho cominciato a scrivere libri di divulgazione. Scrivevo opere molto documentate che spiegavano temi di attualità agli adolescenti. Temi come l’economia, la politica, i conflitti internazionali… Appassionante, ma non molto divertente! E un giorno, durante le vacanze, ho sentito mia figlia ridere per delle ore mentre leggeva un romanzo. Allora mi è venuta una gran voglia di far ridere anch’io i bambini, e mi sono lanciata nella mia prima storia. Raccontava di una bambina che scappa da un orfanatrofio e trova rifugio nella rimessa per biciclette di un palazzo di periferia. Quattro ragazzini la scoprono e, inteneriti, decidono di prendersi cura di lei. Ma non sapevano in che avventura si stavano imbarcando!

Ci sono degli autori o un autore in particolare che hanno influenzato il tuo lavoro di scrittore?
Da bambina, ho divorato tutti i libri che mi capitavano per le mani. E penso che tutti, o quasi, mi abbiano alimentata, mi abbiano insegnato delle parole e delle idee. Ma ho adorato in particolare i romanzi di Jules Verne e quelli di Michel Zevaco, un autore che oggi è un po’ dimenticato, ma che ha scritto delle storie formidabili di cappa e spada, piene di avventure mozzafiato, di cavalieri, galoppate, duelli, segreti…

Raccontaci in breve una giornata tipo di quando scrivi.
Idealmente, sveglia verso le 7, colazione a letto in compagnia di una grande teiera e di un buon libro, poi scrittura di un minimo di tre pagine nel mio diario. Dopodiché, accendo il computer e raggiungo la mia storia e i miei personaggi del momento… Verso le 13.30 o le 14, quando il mio cane ha troppa voglia di uscire, andiamo a fare una passeggiata. Un po’ di giardinaggio, qualche lavoretto, un po’ di spese perché la mia famiglia conta su di me per la cena, e volo ancora per un momento a rileggere quello che ho scritto alla mattina, lo correggo e, se sono fortunata, magari vado avanti un altro po’ con la mia storia. Leggo ancora, mi addormento… Ma anche quando non sono davanti al computer, sento la storia vivere dentro di me. Delle battute possono rapirmi o delle nuove idee possono saltarmi in mente mentre mi lavo i denti, mentre pelo le carote o passo l’aspirapolvere. Il che magari mi dà un’aria un po’ distratta, certe volte…

Cosa ti piacerebbe che pensassero i lettori una volta terminato il tuo libro?
Mi piacerebbe che avessero riso, forse che avessero pianto, in ogni caso che avessero provato delle emozioni, che si sentissero pieni di idee, felici di essere vivi e pieni di una curiosità benevola verso il mondo e le persone che li circondano. Sarebbe meraviglioso se ci riuscissi!

Che cosa consiglieresti a un tuo lettore che volesse scrivere un libro?
Leggere, scrivere, provare piacere.
Leggere per imparare, senza neanche rendersene conto, delle parole, dei modi di dire, delle tecniche per costruire delle storie, per far vivere dei personaggi, per dipingere dei luoghi. Tutte queste conoscenze si accumulano come un tesoro dentro di noi e possiamo attingervi quando desideriamo raccontare le nostre storie.
Scrivere, perché la scrittura è come lo sport. Più ci si allena, più si salta in alto, più veloce si corre, più si segnano gol. Più si scrive e più ci si destreggia con le parole, le idee, i personaggi, più si diventa sicuri di sé e più si osa inventare, tentare, correre dei rischi.
Infine, provare piacere. È fondamentale per riuscire a creare. Scrivere è uno sforzo, nel senso più bello del termine e, secondo me, bisogna farlo con allegria!