Guido Quarzo. Interviste agli autori

Ti ricordi qual è stato il primo libro che hai letto?
Ricordo diversi libri letti da bambino, ma sinceramente non saprei dire quale sia stato “il primo”. La memoria più antica è di un albo illustrato con la storia dei tre porcellini. Il lupo mi dava un piacevole brivido di paura.
Poi ci sono state montagne di giornalini a fumetti, che erano comunque pieni di storie di ogni genere! Infine ricordo che il mio maestro elementare era un grande lettore. Ogni giorno ci leggeva una nuova puntata di qualche romanzo, che poteva essere di Verne come di Salgari o di Kipling. Credo che sia stato soprattutto lui a far nascere in me questa passione per la narrazione: quando sono diventato a mia volta maestro, ho cercato di imitarlo.

Perché e quando hai deciso di scrivere un libro per ragazzi?
Ho iniziato scrivendo testi di teatro per ragazzi che mi permettessero di lavorare con le storie e con i bambini/ragazzi tra i sei e i dodici anni delle mie classi. Parliamo quindi degli anni che vanno dal 1975 al 1988 circa. La mia, in un certo senso, è stata una formazione sul campo: ciò che scrivevo veniva immediatamente “collaudato” nei laboratori di teatro che conducevo a scuola. A quel tempo collaboravo anche con compagnie di teatro-ragazzi per le quali scrivevo testi da rappresentare. A poco a poco mi sono reso conto che la scrittura era qualcosa che pur avendo a che fare con il mio lavoro di maestro e teatrante andava anche oltre: poteva raggiungere bambini che non conoscevo.

Ci sono degli autori o un autore in particolare che hanno influenzato il tuo lavoro di scrittore?
Sono tantissimi. Si può dire che ogni libro che ho letto ha influenzato la mia scrittura. Nel campo della letteratura per ragazzi potrei elencare, Beatrice Solinas Donghi, Dahl, la Nostlinger, Carpi e Piumini. Ma un autore per ragazzi non può certo prescindere da altre letture adulte. Impossibile elencare tutti gli autori e i libri che hanno contribuito a “formarmi” come scrittore, d’altra parte continuo a leggere di tutto…

Raccontaci in breve una giornata tipo di quando scrivi.
Non succede nulla di particolare: passo un po’ di tempo al computer, vado a spasso in cerca di idee, se possibile mi confronto con qualche amico sulla trama, sui personaggi. Le risposte degli amici sono preziose, come sono preziosi i consigli dell’editor quando si lavora alla stesura definitiva. Per me il lavoro di scrittura ha un aspetto artigianale che assomiglia molto a quello di chi usa pennelli e spatole per abbozzare, completare, rifinire.

Cosa ti piacerebbe che pensassero i lettori una volta terminato il tuo libro?
Certamente non scrivo storie per far passare messaggi o significati particolari, però alla fin fine mi piacerebbe che il lettore si domandasse qual è il senso della storia che ha letto, e che insomma un significato ve lo trovasse lui, e vorrei che ne fosse contento.

Che cosa consiglieresti a un tuo lettore che volesse scrivere un libro?
Prima di tutto di leggere a più non posso. Ogni scrittore deve confrontarsi con umiltà e curiosità ai libri già scritti: per migliorare se stesso, per crearsi dei modelli, per imparare le tecniche, e magari anche per prendere le distanze. Poi consiglierei di non accontentarsi mai, di non innamorarsi delle proprie parole: ogni frase può essere perfezionata o addirittura rivelarsi inutile. Terzo, tenere d’occhio i raccordi logici della storia: nella vita reale siamo in balia del caso, nelle storie nulla succede per caso.