Lynda Mullaly Hunt. Interviste agli autori

Ti ricordi qual è stato il primo libro che hai letto?
Tales of a fourth Grade Nothing, un romanzo di Judy Blume. Non ero una studentessa brillante, me l’ha dato il mio insegnante di scuola elementare per dimostrare che potevo leggere meglio di quanto pensassi. È stato il primo romanzo che ho letto, la prima volta che mi sono accorta che quando si legge si proiettano film nella mente. Prima di allora a scuola avevo letto brani separati, senza trama, quindi senza film. Questo insegnante premuroso mi ha indirizzata su una strada nuova, non solo a proposito della lettura, ma proprio riguardo la percezione di me stessa. Da allora in poi ho fissato aspettative molto più alte su me stessa, e credo che questo abbia cambiato il corso di tutta la mia vita. Mi piacevano i libri che l’insegnante mi aveva dato, ma è stata la connessione con lui a farmi venir voglia di leggere. Qualche tempo dopo, lo stesso anno, ho scelto casualmente Il Cay di Theodore Taylor dallo scaffale della biblioteca della scuola, catturata dalla bellezza della sua copertina. Poco dopo anche l’interno del libro mi ha conquistata: l’ho letto diciotto volte di seguito. La relazione tra i due personaggi principali, un bambino in difficoltà e un adulto che lo sostiene, e il percorso che fa il bambino, Phillip, per imparare ad accettare quell’aiuto, hanno avuto un forte effetto su di me. Credo sia stato il seme che ha aiutato Una per i Murphy a emergere molti anni dopo.

Perché e quando hai deciso di scrivere un libro per ragazzi?
Ero una bambina in lotta con la lettura, quindi non avevo immaginato per me una carriera da scrittrice. Tuttavia, sia come educatrice di terza che di seconda media, adoravo insegnare a scrivere (parte di quello che mi piaceva era scrivere con e per i miei studenti). Mi sono seduta a una scrivania vuota e ho scritto insieme a loro. Mentre loro inventavano le loro storie, io scrivevo i racconti più terribili che potevo, sicura di inserire aspetti della scrittura con cui i miei studenti stavano combattevano in quel momento (mancanza di dettagli, passaggi saltati, personaggi piatti, ecc…). Una volta a casa ho preso le mie storie e le ho date ai miei figli con penne rosse e blu e ho detto: “Siete gli insegnanti. Correggetemi, ma spiegatemi perché”. I ragazzi hanno scavato molto in profondità e così ho scoperto che adoravo creare storie, scrivendo le storie peggiori.
Un giorno sono entrata in una libreria e ho visto un manifesto che pubblicizzava un gruppo di scrittura. Un quel periodo ero a casa con i miei due bambini a tempo pieno, mi sono fermata davanti a quel poster e ho esclamato ad alta voce: “Beh, una serata libera, penso che andrò!”. Come si dice, il resto è storia. Sebbene sottolineo che il successo è arrivato dopo dieci anni.

Ci sono degli autori o un autore in particolare che hanno influenzato il tuo lavoro di scrittore?
Se devo sceglierne uno solo, Katherine Paterson. Ho sempre pensato che fosse un genio. La sua scrittura scorre in profondità. I suoi personaggi respirano ed escono dalla pagina. La ammiro.

Raccontaci in breve una giornata tipo di quando scrivi.
Questa domanda mi fa sorridere. Non riesco a descrivere una giornata tipo, ogni giorno è diverso. Scrivere ogni libro sembra un processo completamente nuovo. A volte scrivo per un’ora, a volte scrivo per quattordici ore. Prima scrivevo di notte, adesso preferisco il giorno. Mi piaceva scrivere con una penna stilografica, ora se potessi porterei in tasca la tastiera del pc. Una cosa è certa: ho abbracciato la flessibilità nel processo creativo.

Cosa ti piacerebbe che pensassero i lettori una volta terminato il tuo libro?
Narrare per me ha a che fare con intestino e cuore, del libro, sì, ma soprattutto dei miei lettori. Tutti i miei libri hanno personaggi che affrontano situazioni difficili. Scavano, cercano la propria grinta e ognuno trova una via d’uscita. A volte significa chiedere e accettare un aiuto. A volte significa avere la forza di essere abbastanza aperti da cambiare la propria prospettiva. A volte si tratta di imparare a fare progressi. In Una per i Murphy, volevo creare un personaggio che si rendesse conto di poter realizzare qualsiasi vita desiderasse, indipendentemente dall’aiuto ricevuto da bambina. Ovviamente bisogna sempre scrivere una storia verosimile, ma sono i miei futuri lettori, i bambini che hanno bisogno di incontrare personaggi come Carley per navigare nella propria vita, a spingermi a scrivere un libro.
Quello che desidero è che i miei lettori si rendano conto di non essere imperfetti perché loro o le circostanze sono diverse o complicate. Immergendosi in un libro, possono condividere un viaggio e affrontare una battaglia difficile con coraggio e compassione. È scientificamente dimostrato che, condividendo questo viaggio con un personaggio del libro, i bambini imparano importanti capacità per se stessi. Quale dono più grande può esserci?

Che cosa consiglieresti a un tuo lettore che volesse scrivere un libro?
Devi leggere. Uno scrittore che non legge è come un falegname che non sa utilizzare un martello. E poi se desideri essere uno scrittore, devi scrivere regolarmente. Ho scoperto che gli aspiranti scrittori amano parlare di scrittura, partecipare alle conferenze degli autori, leggere libri che insegnano a scrivere. Però spesso trovo che queste persone, in realtà, non si siedano a scrivere per periodi di tempo considerevoli. Inoltre gli scrittori devono scrivere senza paura. È l’unico modo per creare qualcosa di speciale. Un vero scrittore sa che scrivere male fa parte del processo. Sono parti che non utilizzeremo, ma solitamente impariamo qualcosa di prezioso da queste se sappiamo guardare. Tutti i processi creativi hanno dei momenti scoraggianti. I creativi sanno che per essere autentici, per toccare il cuore di qualcuno, a volte devono tirar fuori cose che fanno male, cose che desiderano, cose difficili da condividere. Una per i Murphy per me è un libro fatto così.
Non ho modificato i passaggi più deboli del libro, ironia della sorte, perché non pensavo che avesse abbastanza forza da essere pubblicato da una casa editrice: non avrei mai pensato che qualcuno l’avrebbe letto! Quindi, questo libro è emotivamente onesto. Considero quella vulnerabilità come uno dei più grandi doni di questo viaggio come autrice, soprattutto perché ho imparato che la mia vulnerabilità aiuta i bambini.