Le campane

immagine per Le campane Autore: Silvia Bre 
Titolo: Le campane
Editore: Einaudi

Presentato da Andrea Cortellessa

Nella vita – dice una poesia di questa raccolta – siamo attirati da distanze che ci chiamano, che non vediamo e non conosciamo, come da un suono di campane lontane. È un suono remoto, misterioso, un battito originario, nei cui rintocchi la parola poetica nasce e ritorna, ogni volta, per dissolversi. Nelle campane – nella poesia – Silvia Bre cerca di cogliere ritmi che scorrono sotterranei alla vita ma che della vita, non solo individuale, sono la linfa nascosta. A volte è necessario un salto mortale, della percezione e della grammatica. Ma più spesso questa lingua poetica si affina per concentrazione, per elisione, per cancellazione di tutto ciò che è superfluo, nella tensione verso l’origine delle cose, nell’attenzione per i nessi che le legano, per l’attimo di senso quando si dilata e sembra eterno. Le campane non possono non avere anche un aspetto mortuario, commemorativo. E infatti, verso la fine della raccolta, le note assumono un tono quasi cimiteriale e il lessico si infoltisce di «polvere», di «scheletri», di «tenebre». Come se la vibrazione delle campane precedesse e oltrepassasse il rintocco della vita, e rivelasse infine un mistero siderale, l’annuncio di una «lingua celeste dello sparire».

Motivazione del Comitato scientifico

Almeno sin da Marmo (libro di svolta davvero maiuscolo, edito da Einaudi nel 2007), correlativo dell’ispirazione di Silvia Bre è un’impersonalità minerale («dove io sono io non sono / che la pace profonda di me stessa // e non so più chi sono»), da frammento primigenio o degnità presocratica, che rinvia a un’esistenza non transeunte: «Non c’è cosa ch’io dico che non dica / ch’io vivo un’altra vita che è più viva / di questa stessa mia che vivo e dico». Nella sua opera sono appunto i simulacri dell’arte a rinviarci questo sguardo fisso e severo, al contempo meno e più che umano. Nelle Campane (come già nelle Barricate misteriose, dove echeggiava l’omonimo brano clavicembalistico di François Couperin) il riferimento è piuttosto al mondo acustico, al risuonare di chi ascolta. Ma anche stavolta questo suono enigmatico proviene «dalla cima che dondola al nulla scudo, / campane»; e alla parola ha accesso, dell’umano, solo «la parte altissima, antigravitazionale»: che «inneggia / a quello che non è». Ci si ricorda della prospettiva impossibile dell’ultima inquadratura delle Onde del destino di Lars Von Trier, dell’ironia metafisica di quell’«epilogo in cielo»: forse è solo da lì che si può gettare uno sguardo davvero comprensivo sulla vicenda così fragile, di contro, di noi terrestri.

Andrea Cortellessa


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